Collegno, 17/06/2014
Alle volte mi sembra quasi di essere riuscito a liberarmi di te, quando ecco che riappari nei miei sogni.
Questa volta facevamo parte di un gruppo di supereroi, tipo la Lega della Giustizia o i Vendicatori; non so quali superpoteri avevi tu o quali avevano gli altri, ma io non ne avevo; vi seguivo solo perché mi piacevi tu, anche se mi sentivo sempre fuori posto, inadatto.
Ad un certo punto il minibus sul quale viaggiavamo con gli altri
supereroi diretti verso una nuova missione si è ribaltato e siamo
rimasti tutti bloccati dentro tra le lamiere contorte.
Ma io non riuscivo a pensare né all’incidente né alla
nostra missione di supereroi compromessa: vedevo solo te incastrata tra
le lamiere praticamente abbracciata ad uno dei nostri colleghi, e gli
sorridevi, gli parlavi in confidenza e ti brillavano gli occhi...
Provavo solo frustrazione, rabbia, gelosia...
Ho afferato a mani nude i bordi di uno squarcio tra le lamiere davanti a
me ed ho cominciato a spingerli verso l’esterno senza nemmeno
rendermi conto della forza selvaggia che si era impossessata di me; e
così ho aperto un varco dal quale siamo potuti uscire tutti.
Quando eravamo tutti in salvo fuori, in piedi sulla strada davanti al
veicolo ribaltato, ed io respiravo affannosamente per ingoiare tutta la
mia frustrazione, tu mi hai detto davanti a tutti: «Lo facevo
apposta perché sapevo che avresti reagito così e ci
avresti tolto d’impiccio».
Allora il mio cuore si è fermato e svuotato di colpo, e vi siete
messi tutti a ridere...
Perché?, perché mi hai fatto questo?
Ecco come sono i miei sogni di te.
Poi, al mattino, quando mi sono svegliato, ho voluto buttare giù
qualche appunto su questo sogno, prima che i dettagli sfumassero come
sempre lasciandomi sotto-pelle solo le sensazioni che ho
provato...
Ma questo sogno, no, volevo potermelo ricordare, e non solo per questa
faccenda curiosa dei supereroi (che cavolata!), ma perché
continuo a non poter fare a meno di tornare sempre a cercarti, a cercare
la tua ombra, a cercarti nei miei sogni, come una falena attratta dalla
luce che la brucerà: sei come la mia droga, che torno sempre a
desiderare pur sapendo che poi mi farà star male.
Sono solo io che ho permesso a questa dipendenza morbosa di attecchire
in me e crescere; i primi tempi era piacevole pensare a te... tutti quei
piccoli, dolci e stupidi pensieri solo per l’aspettativa di
vederti...
Naturalmente lo sapevo benissimo che avrei dovuto lasciare perdere, ma
ero sicuro che, col tempo, sarei riuscito a dimenticarti: proprio come
quando uno comincia a farsi mentendo a se stesso «Tanto io posso
smettere quando voglio».
Dario Scoppelletti